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taccuino di viaggio
Amerika
di Marco Amore

Si chiama Brooklyn bridge. Ovvero, ponte di Brooklyn. Milleottocentoventicinque metri ca. di acciaio galvanizzato e pietra con centotrentadue anni di intemperie alle spalle. Due piloni con doppia arcata neogotica di ottantanove metri ciascuno. Sovrasta lo stretto marittimo dell’East River, tra Lower Manhattan – «downtown» – e il più popoloso dei cinque boroughs che vanno a formare la Grande Mela (come gli yankee amano definire New York). Decisamente il punto migliore per ammirare lo skyline dell’isola, il World Trade Center, nonché il profilo ultracentenario di quella libertina immorale che illumina l’Upper New York Bay.

John Badham ci ha girato alcune scene indimenticabili di Saturday Night Fever. Il consulente matrimoniale di Miranda e Steve, in Sex and the City, propone ai due di incontrarsi lì dopo un paio di settimane di riflessione a causa di una loro imminente rottura. Lo ritroviamo in If Lucy Fell (di cui ho visionato a malavoglia i primi cinque fotogrammi di trailer dove compare a mo’di sipario subito dopo il Pegaso della TriStar), in certi film di Woody Allen e nei credits della romantic comedy Loser, (distribuita anch’essa in territorio italiano dalla Columbia TriStar Films con il titolo poco fantasioso di American School), sull’a stento virile e sibilante «I'm just a teenage dirtbag baby» urlato a squarciagola da Brendan B. Brown, rettilofono fondatore dei Wheatus, con un’inquadratura a tutto campo che rende il nome della trentaseienne Mena Suvari una didascalia priva di qualsivoglia interesse.

Fa da location al videoclip Vertigo Live degli U2 datato 22 novembre 2004 e in numerosi altri cult movie, serie-tv e documentari filoamericani. Ispira i bellissimi versi di Hart Crane (cfr.: The Bridge) che lo definiscono “soglia grandiosa della promessa del profeta”, o le statistiche che ogni ventiquattrore lo includono tra le mete di un vero e proprio pellegrinaggio neanche fosse Lourdes o il santuario di Częstochowa. Difatti attraversando la passerella riservata ai pedoni, oltre ai jogger in tuta unisex con l’iPod a un volume spacca timpani che sembra provenire dagli altoparlanti di un concerto dal vivo, è inevitabile incappare in un’esperienza mistica straordinaria: una sorta di OBE che ti arriva in totale stato di veglia.

Può darsi che lo conosciate per le omonime chewing-gum dall’inconfondibile gusto aromatico. Quelle lunghe e schiacciate in fragili pacchetti da nove color sempreverde che ti lasciano l’alito fresco come una spazzolata di dentifricio al mentolo. Da bambino fischiettavo la canzone di una vecchia pubblicità delle stesse – …how I long to be / back home, back in your harms / back home… – (in cui peraltro apparivano nella loro versione bianco-spearmint). Forse siete abituati a vedere questo nome accompagnato dal logo di Marchio Registrato ®, l’inconfondibile R chiusa dentro un cerchietto inviolabile; o forse, se siete di quei fortunati che ogni tanto possono permettersi qualche giorno di vacanza, o tra quelli ancora più fortunati che pare viaggino addirittura per lavoro, magari vi sarà capitato di vederlo con i vostri occhi. Allora avrete goduto di una vista mozzafiato sul sogno americano nella sua interezza: Wall Street, il fulcro economico del paese; Brodway con i suoi teatri, i musical viscerali, le réclame del Fantasma dell’Opera ad ogni angolo di strada. Time Square, con il suo maelström caleidoscopico di luci e colori e ancora luci colorate. Il Pink Elephant, il Marquee e una sconfinata flora di lounge bar con tanto di velvet rope e omaccione negroide all’ingresso che somiglia a un gangsta rapper appena uscito dal vicino ex ghetto di Harlem. Lo stagliarsi dell’Empire State Building al confine con le stelle; il quartiere di SoHo e il Greenwich Village, dove quel simpatico vecchietto dello zio Sam passeggia la domenica nei panni di un curioso wasp cui piace trascorrere ore al giardino zoologico (per inciso ce n’è uno a Central Park, il Polmone Verde di NWY, che in questo periodo apre le sue porte al pubblico dalle 10.00 am alle 16.30 di sera).

Nemmeno l’inferno potrebbe rivaleggiare con tanta materia onirica luminescente. Tuttavia non bastano certo i giochi di luce a trasformare il cuore della East Coast nell’ideal-tipo perfetto della cultura mainstream. Città come Las Vegas, che rilanciano il sogno americano con strip club e casinò spaziali imbottiti di slot, pur consumando il triplo dei megawatt di Manhattan in una sola notte (nonostante la green economy del City Center), finiscono senza volere per ridicolizzarlo. In superficie l’American Dream appare come la rielaborazione che i gōyīm fanno di una Terra Promessa; un sogno psichedelico evocato in periodi ipotetici. Lo stesso che i terroristi di Al Qaida hanno voluto distruggere dirottando una coppia di boeing 767 contro la struttura squadrata delle Twin Towers; il genere di illusione che ci si potrebbe procurare con un trip di LSD; un effetto euforizzante che crea dipendenza anche a piccole dosi. È come lo zucchero di tutti gli intrugli analcolici frizzanti che troviamo oggi in supermercati, iperstore, discount; come gli aromi di bibite a basso indice glicemico in confezioni da sei tra il reparto delle patatine in busta e i prodotti integrali della Kellogg’s. Aspetta le donne al bancone del pesce o a quello dei salumi. È una tentacolare, lovecraftiana storia di sfumature da palla strobosferica in party adolescenziali davvero cool; quelli con fiumi di birra e ragazze che ballano in perizoma a pois fluo sul biliardo 280x140 del salotto di una confraternita e che miscelano sapori, forti e intensi e multiculturali. Il club 27 con le sue rockstar morte giovani. Jimi Hendrix. Amy Whinehouse e l’effetto Werther. Ma soprattutto è dolore in sottofondo; interferenza e sofferenza, evasione dall’impersonale universo abitudinario della vita e dalla sua noia insensata; abuso di Prozac e Flunox 30 mg; overdose; ricerca di un’eterna giovinezza impossibile da ottenere, nemmeno con chili di cipria e botulino.

Quel che i colori vogliono nascondere è un senso di grigio, di fumi tossici, smog e discariche a cielo aperto; di inquinamento, di cancro e di batteri anaerobi e necrosi dei tessuti. Il corrispettivo di un profumo floreale per coprire la puzza di putrefazione dell’immoralità neocapitalista. Un sogno che nasce con la scoperta del Nuovo Mondo: il concretizzarsi dell’Occasione vagheggiata da esiliati europei e galeotti; che dalla seconda guerra mondiale, attraverso il Piano Marshall (European recovery program) e il conseguente boom economico, la rateizzazione e le carte di credito American Exspress, ha contagiato l’intero blocco occidentale. Il sogno che la crisi dei subprime, e la conseguente crisi economica globale, la grande recessione, hanno prontamente trasformato in un incubo borghese di sapone liquido Dermomed sui lavabi ad incasso diaframmati del bagno invece di Neutro Roberts, Johnson e così via. Di carta igienica ipoallergenica di marca estera fino al trenta % in meno nel supermercato invece di Scottex in pura ovatta di cellulosa o Foxy doppio velo effetto seta con l’amichevole volpe dal sorriso a pH neutro sulla confezione. Ma i paralleli con il reportage esposto vanno al di là della forte componente cromatica, in perfetta sintonia con la vividezza descritta, che contraddistingue ogni singola foto perfino al di là dei soggetti scelti. Dopo aver indagato un mondo autentico adesso in via di estinzione, le popolazioni al limite del terzo mondo, Ceccatelli si inoltra nella realtà etnocentrica degli U.S.A. per uscirne con litri di percolato variopinto come una miscela di pigmenti inorganici uniti a formare l’archetipo di un’opera d’arte.

1)Acronimo dell’inglese “out of body experience”. Esperienza extracorporea in cui la persona che la vive percepisce di uscire dal proprio corpo (N.d.A.)
2) Non ebraica, gentile.

articolo pubblicato il: 21/11/2015

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