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i magazzini di Palazzo Chigi
di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Uno studioso di comportamenti organizzativi delle leadership dovrebbe convenire che ormai non vi siano molte differenze fra politica e management, in questo senso il caso Renzi-Marino è stato paradigmatico. Per dirla brutalmente, citando un personaggio molto amato da Matteo Renzi, Sergio Marchionne si sarebbe comportato in tutt'altra maniera. Non avrebbe mai accettato che un individuo intellettualmente periferico come Ignazio Marino arrivasse a una battuta finale tipo: «sono stato accoltellato da 26 colleghi con un unico mandante». Nel mondo del management si compiono nefandezze superiori a quelle della politica, come profondità e cinismo, ma mai si permetterebbe a un Marino qualsiasi una reazione pubblica di questa natura, l'obbligatoria somministrazione di una «pozione magica» (mix di blandizie-minacce-contropartite-ricatti-quattrini) blocca tutto, persino le sbavature di linguaggio.

Quando un premier o un ceo (in fondo sono la stessa cosa), va al potere in un certo modo, occorre supportarlo con una squadra idonea alla lotta politica, senza timidezze di alcun tipo. Il miglior modello di riferimento resta il Padrino, film mito anche per il business e il management, ricco com'è di stimoli, di simboli, di metafore. Ottima l'idea di Renzi di circondarsi di «multipli» di Tom Hagen (il consigliori-figlio adottivo, che teneva i collegamenti con politici, magistrati, polizia). Perfetto Raffaele Cantone nel ruolo di Hagen, geniale la sua finta gaffe pro Milano e al contempo imporre Tronca, raffinata la scelta di uscire da ANM. Però alla guida della «macchina» di Palazzo Chigi si sente la mancanza di un Denis Verdini (ricordate Peter Clemenza, il killer con il Borsalino nero a tesa larga? È lui sputato), sbagliato tenerlo nascosto nei magazzini di Palazzo Chigi. Con lui al posto di un esangue Matteo Orfini, il caso Marino sarebbe stato gestito in tutt'altra maniera. L'unica scelta geniale è stata quella di Stefano Esposito (un Luca Brasi di Moncalieri), spietato nelle stanze del potere, accattivante popolano in tv (perfetto nei talk show, appena un gradino sotto gli insuperabili Michele Emiliano e Vincenzo De Luca).

Matteo Renzi ha la fortuna, così come gli altri premier del Sud Europea, che il lavoro sporco giornaliero viene fatto tutto a Bruxelles (management by treaty), i dati macroeconomici gli sono tutti favorevoli, il cane da guardia Germania pare sempre più rincoglionito, così lui ha molto tempo libero, bene fa a dedicarsi a viaggi, a comunicazioni a pioggia, ma deve focalizzarsi alla costruzione del Partito della Nazione (si legga in proposito l'acuto Mario Sechi del Foglio, intervistato dal brillante Goffredo Pistelli per Italia Oggi).

Ne abbiamo bisogno, lo impone una legge come l'Italicum che costringe noi cittadini a scegliere fra due opzioni secche: o un Partito della Nazione (immagino concepito per spingere al centro sia la destra berlusconiana che la sinistra chic) o il M5S. Scegliere fra il Partito della Nazione e il M5S è come scegliere fra un «soft discount» che si atteggia a Eataly e un «hard discount» che si reputa «soft». Non comprendo la ratio di violentarci con una cultura politica che non è la nostra, proporci uno scontro fra “ammucchiate”, imporci un dilemma Renzi-Verdini versus Di Maio-Grillo, le trovo volgarità anglosassoni da O.K. Corral. Ma tant'è, questo pare essere il futuro. Adeguiamoci.

Le intenzioni di voto dei giovani sono chiare da tempo, due terzi di loro sono per il M5S, esattamente l'opposto per adulti e vecchi favorevoli al Partito della Nazione. Prima dell'Italicun mai avrei preso in considerazione, neppure in via teorica, di votare M5S, e mai avrei immaginato che avremmo potuto essere noi vecchi l'ago della bilancia. Senza dubbio un mondo capovolto, però, essendo un inguaribile curioso, lo trovo culturalmente molto stimolante. Prosit.
www.grantorinolibri.it
editore@grantorinolibri.it

articolo pubblicato il: 04/11/2015 ultima modifica: 16/11/2015

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