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arte e mostre
"Fragilis mortalitas"

a Cesena, alla Casa Museo Renato Serra ed alla galleria Il Vicolo

di Michele De Luca

Morì a trentun’anni sul Podgora durante la Grande Guerra Renato Serra, letterato e combattente A cento anni dalla sua morte una mostra e un libro lo ricordano a Cesena “Dietro di me son tutti fratelli quelli che vengono, anche se non li vedo e non li conosco bene. Mi contento di quello che abbiamo in comune, più forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme e che ci porterà tutti ugualmente; e ci sarà un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo. Non c'è tempo per ricordare il passato o per pensare molto, quando si è stretti gomito a gomito, e c'è tante cose da fare; anzi, una sola, fra tutti. Andare insieme.” E ancora: “La guerra non mi riguarda. La guerra che gli altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare... Se c'è uno che lo sappia, sono io, prima di tutti. È una così vecchia lezione! La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati, e che saranno; non vi aggiunge, non vi toglie nulla. Non cambia assolutamente nulla, nel mondo. Neanche la letteratura.”

Sono parole di Renato Serra (Cesena, 5 dicembre 1884 – Monte Podgora, 20 luglio 1915), critico letterario e scrittore, che Gianfranco Contini riconobbe anticipatore della “critica stilistica” (lo studio cioè e l’analisi storico-critica delle risorse espressive e dei procedimenti stilistici di una lingua e, in particolare, di un periodo, di una scuola o di un autore), che leggiamo nel suo Esame di coscienza di un letterato, scritto nel 1915. Nato da Pio Serra e Rachele Favini, la sua famiglia era benestante e di tradizione risorgimentale: suo nonno, Giuseppe Favini, fu patriota delle Cinque Giornate di Milano. Si formò presso il Regio Liceo Ginnasio Vincenzo Monti di Cesena dove concluse gli studi a sedici anni, senza sostenere l'esame di maturità per via degli altissimi voti. Nel 1900 si iscrisse all'Università di Bologna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, dove ebbe come insegnanti celebri personaggi, tra cui Giosuè Carducci, e divenne ammiratore delle idee socialiste di Severino Ferrari. Nel 1907 lasciò Cesena e si trasferì per un breve periodo a Torino, dove collaborò con Luigi Ambrosini alla creazione di un dizionario Italiano-Latino per l’editore Paravia. Dopo i primi articoli sulla rivista La Romagna, si inserì ben presto nell’ambiente de La Voce, dove pubblicò diversi articoli e saggi, ed entrò in rapporti con Giuseppe Prezzolini e Giuseppe De Robertis. Fu anche in corrispondenza con Benedetto Croce.

Ottenne anche l'incarico di direttore della Biblioteca Malatestiana di Cesena. Serra, tradizionalista e nazionalista, rimase sempre legato al modello carducciano, fino a un evento radicale che sconvolse lui e tutta l’Europa: la Guerra mondiale, nella quale chiese di partire come volontario; combatté col proprio reparto nel settore del Podgora, presso Gorizia, partecipando alla Seconda e alla Terza battaglia dell’Isonzo. Nel corso di quest’ultima, il 20 luglio 1915, rimase ucciso in combattimento sul monte Podgora a Gorizia, a soli 31 anni.

Si è appena inaugurata a Cesena, presso la Casa Museo Renato Serra (resterà aperta fino al 22 dicembre; una sezione della mostra è allestita anche presso la galleria d’arte contemporanea “Il Vicolo”) la mostra “Fragilis mortalitas”, che insieme al volume-catalogo Renato Serra e la Grande Guerra pubblicato da Il Vicolo Editore nella collana “Le ricordanze”, coniuga la ricorrenza del centenario della Grande Guerra 1915/1918 attraverso il ricordo di una figura straordinaria qual è quella di Serra, alto e finissimo ingegno letterario, morto giovanissimo, ucciso in combattimento sul monte Podgora il 20 luglio del 1915, a soli 31 anni. Papini, per l’occasione, gli dedicò un mirabile necrologio, in cui diceva, tra l’altro, “Era uno di quelli per cui l’Italia esiste colla stessa attualità idealista del misticismo risorgimentario … il suo spasimo per l’arte era italiano”. La sua prematura morte divenne “emblema” di quelle di tutti i caduti della grande guerra, perché la morte segna sempre una dolorosa, inaspettata interruzione. L’evento è promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena ed è realizzato in collaborazione con Il Vicolo Sezione Arte a cura degli architetti Augusto Pompili e Marisa Zattini).

La mostra propone, come omaggio al grande Cesenate, un interessante nucleo di opere tematiche elaborate dai due artisti romagnoli Federico Guerri (Cesena, 1972) e Luca Piovaccari (Cesena, 1965), le quali che si sviluppano fra luci e tenebre nelle sostanze raffinate della grafite, dei segni incisori e di raffinati slittamenti emotivi risolti con il mezzo della “fotografia”. Guerri, dopo gli studi accademici ha iniziato a sviluppare la sua personale ricerca, focalizzandosi inizialmente sulle sculture di grandi dimensioni e muovendosi poi gradualmente verso un linguaggio ibrido a metà tra pittura e scultura. Attualmente il suo lavoro si trova in un’area strettamente pittorica, combinando disegno e pittura; con le sue ultime opere l’artista ci fa precipitare nei suoi labirinti, trascinandoci incantati verso mondi possibili e impossibili, come nel suo lavoro “Camere” di un paio di anni fa’. Piovaccari ci propone immagini fotografiche misteriose e dense di memoria storica. Nei suoi lavori la pratica del disegno “gareggia” con la fotografia, attraverso virtuosismi e rimandi visivi, dando luogo a spiazzanti viaggi interiori. Piovaccari è un “minimalista lirico” – com’è stato scritto - che si affida molto alla poeticità delle immagini che riproduce e allestisce spesso in situazioni semi naturalistiche. Cerca qualcosa che non si vede, che non tutti vedono. Stampa le sue foto su fogli trasparenti creando sovrapposizioni, frammentazioni per creare distanza, per nascondere qualcosa che ha nella trasparenza la sua invisibilità.

L’omaggio espositivo ed editoriale a Serra vuole essere anche un riconoscimento del suo particolare attaccamento alla sua città. Potendo infatti vivere in una capitale, apprezzato protagonista di cenacoli letterari, egli preferì vivere nell’ambiente più raccolto e meno mondano della provincia, come egli stesso ebbe a testimoniare con un suo scritto: “Io sono solo e abbandonato, in un certo senso; lontano dalle cose belle che io amo e da quelli che le amano come me. Ma sono in casa mia, dove anche il dolore è più umano e ha qualche dolcezza per il cuore. Ma sono a Cesena, fra le mie cose, fra la gente che ho sempre praticata, e dalla mia finestra usata l’inverno è meno squallido a considerare; e nei rametti dei pioppi che frusciano brulli e nudi innanzi la mia finestra, la primavera si annunzia più lieta”.

articolo pubblicato il: 30/10/2015

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