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elzevirino
il pensiero debole
di Carla Santini

Matteo Renzi ha detto di aver letto diversi editoriali di commentatori indignati per il verso cambiato dal coro dei bambini nell'inno d’Italia cantato alla cerimonia di apertura di Expo 2015. Un “siam pronti alla vita” che ha sostituito il canonico “siam pronti alla morte” sicuramente non giustifica un editoriale, ma un elzevirino forse sì.

Intervistato in proposito, un professore di antropologia culturale ha detto in televisione che non si possono cambiare le parole di un inno perché fanno parte della storia e della cultura di un popolo ed ha ricordato che ancora cantano il God Save the Queen numerosi popoli indipendenti.

Il dibattito sull'inno di Mameli va avanti sin da quando fu scelto come inno provvisorio ai tempi della Costituente, rimanendo in tale precarietà fino a pochi anni fa. I reduci partigiani delle brigate Garibaldi volevano il “Si scopron le tombe”, ignorando che l’inno detto di Garibaldi era detestato dall’Eroe perché era convinto che portasse iella. Lo suonarono alla stazione di Terni prima dell’impresa del ‘67, con pubblico disappunto del Generale, e si può immaginare come Garibaldi lo potesse considerare suo dopo la sfortunata giornata di Mentana.

Altri costituenti proposero brani verdiani come “Va’ pensiero” o la Marcia reale dell’Aida, mentre qualche democristiano, per restare a Verdi, voleva “La Vergine degli angeli”. Il dibattito è ancora aperto, tra chi considera il nostro inno musicalmente povero e chi invece pensa che, al pari della Marsigliese, si distingua da tutti gli altri.

Cambiare le parole dell’inno non vale la pena, tanto vale cambiarlo del tutto; non si dovrebbe comunque chiamarlo più “inno di Mameli” ma “Inno di Novaro”, dal nome del suo compositore Michele Novaro e la cosa sarebbe anche più giusta, dato che la parte qualificante dell’inno, nel bene e nel male, è la musica. C’è chi dice che “siam pronti alla vita” rispecchi di più l’essenza di un popolo che non vanta grandi tradizioni militari. A parte il fatto che, con un po’ di malignità, si potrebbe indicare come più aderente alla nostra essenza “La calunnia” di Rossini, il testo di Mameli è un canto di guerra in tutti i suoi versi. O si cambia l’inno o ce se ne fa una ragione, considerando anche che senza giovani “pronti alla morte” come Goffredo Mameli, caduto poco più che ventenne nella difesa della Repubblica Romana, non ci sarebbero diatribe sull’inno perché semplicemente non ci sarebbe l’Italia.

Quello che dà più fastidio è che i bambini del coro abbiano cantato, non certo per colpa loro, con la mano sul cuore, cosi come abbiamo visto fare alla Boldrini. L’inno italiano si canta con le braccia lungo i fianchi, come è nella nostra tradizione. Imitare gli americani anche in questo fa pensare che forse più che di inni abbiamo bisogno di ripensare a chi siamo e dove vogliamo andare.

articolo pubblicato il: 04/05/2015 ultima modifica: 18/05/2015

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