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i nuovi partigiani
di Teddy Martinazzi

Il salotto di Lilli Gruber sta da tempo soppiantando quello che era il più importante salotto televisivo, quello di Bruno Vespa, troppo addentratosi nei meandri della cronaca nera, Cogne, Perugia, Avetrana, Santa Croce Camerina, cosi perdendo, di conseguenza, quindi il ruolo, sia pur virtuale, di terza Camera.

Quasi ogni puntata meriterebbe di essere commentata, ma ne prendiamo una a caso, quella di sabato 25 aprile, settantesimo anniversario della Resistenza, con Vittorio Sgarbi ed Aldo Cazzullo ospiti in studio e Lidia Menapace in collegamento da Trieste.

Sgarbi, vuoi per l’età, vuoi perché ormai non ha più bisogno dei gomiti per farsi avanti, non è più quello dei tempi eroici della rubrica televisiva “Sgarbi quotidiani” ma parla con l’aria distaccata di un Prodi o di un Veltroni, che dicono sempre di tirarsi fuori ma sono pronti ad urlare “Presente!” non appena qualcuno prospetta loro un’opportunità di tornare sulla breccia.

Aldo Cazzullo, come molti ospiti della Gruber, era lì per pubblicizzare il suo ultimo libro, dedicato alla Resistenza, peraltro sbeffeggiato da Il Fatto quotidiano per la presentazione pregna di retorica fatta a Roma, alla presenza nientepopodimeno che di Giorgio Napolitano. Cazzullo, una carriera tra La Stampa ed il Corriere della Sera, vale a dire nei salotti buoni del giornalismo, quelli sempre al di sopra delle passioni, genere “salire in politica” dell’ineffabile Mario Monti, si è scoperto per l’occasione, piuttosto ghiotta - considerando che “Otto e mezzo” ha un pubblico composto da gente che i libri li compra e li legge – un battagliero emulo delle Brigate Garibaldi ed ha alzato il ditino per dire che va cancellata dall’obelisco del Foro italico, a Roma, la scritta “Mussolini dux”, dicendo che gli dà molto fastidio leggerla quando si trova a passare dalle parti dello stadio Olimpico.

A parte il fatto che a tutti dà fastidio passare da quelle parti, dato il traffico assurdo a qualsiasi ora del giorno e talvolta anche della notte, dubitiamo che qualcuno abbia il tempo di soffermarsi a guardare la scritta. Ma Cazzullo si è messo sulla scia della Presidente della Camera Laura Boldrini, che, oltre ad affermare che i migranti sono i nuovi partigiani, si è fatta paladina della cancellazione della scritta.

Sgarbi ha ricordato che una legge del ’39 stabilisce che tutte le opere che abbiano più di cinquanta anni sono tutelate dallo Stato, per cui la scritta non si può cancellare, come i graffiti rivoluzionari alla Sapienza, che pure non raggiungono i cinquanta anni. Ma Cazzullo, nella sua nuova veste di Resistente duro e puro, insiste per la cancellazione, nonostante l’antifascista Lidia Menapace, novantuno anni portati con grande lucidità, come certi vecchi molto più svegli dei loro nipoti, abbia ricordato che i monumenti storici appartengono ormai alla storia, così come sarebbe assurdo distruggere Palazzo Barberini per ritirare fuori le vestigia del Colosseo.

Tutte le persone che amano la storia vissero momenti di tristezza quando, in occasione della ripulitura di Roma per il Giubileo 2000, ignoranti restauratori cancellarono da uno storico palazzo romano i segni lasciati dalle picche dei lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527. Non sappiamo quanto siano tristi Cazzullo e la Boldrini per il fatto che in tempi molto più recenti, nella ristrutturazione di alcuni palazzi, siano stati cancellati i segni dei colpi di mitragliatrice sparati dai tedeschi in via Rasella. Ma forse davano fastidio ad Angela Merkel, chissà.

articolo pubblicato il: 25/04/2015 ultima modifica: 02/05/2015

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