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Tsipras e Lady Chatterly
di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Siamo mussolinianamente vicini alla conclusione del caso: o Grecia o Grexit. Confesso che ero convinto che la partita si sarebbe chiusa prima, Tsipras mi ricordava il Renzi iniziale, quello che nascondendosi dietro una locuzione ambigua di dissenso/assenso verso la Commissione (ma sotto sotto verso la Germania), costruendo frasi basate sul sì ma, si atteggiava a campione del Sud Europa contro i “loschi” nordeuropei. Quando ha capito che, in cambio della maglia viola di Mario Gomez, c'era solo una “mancia” di valore equivalente, si è rapidamente adeguato. Merkel, come una buona mamma, gli spiegò che il concetto di solidarietà è qualcosa di diverso dal pretendere che altri paghino i debiti liberalmente accesi da te. Il fatto poi che il Pd fosse il partito col maggior numero di consensi poteva servire per avere un posto centrale nella tavola della Sinistra europea, ma era irrilevante in una comunità di paesi legati non da vincoli storici, di razza, di lingua, di cultura, ma semplicemente da trattati e relative procedure applicative.

Dopo l'incontro nel casale di Draghi, in Umbria, Renzi, ragazzo arrogante ma sveglio, capìta l'antifona, rientrò nei ranghi. Usò ancora le camice bianche arrotolate fino a metà settembre, poi le buttò, sposò il classico tre bottoni, via il velocipede, meglio l'Agusta-Westland. La parentesi del Renzi “Leader” era conclusa, era tornato il classico Premier stile Monti-Letta, il principio di Peter rispettato. Tsipras aveva iniziato nello stesso modo, niente cravatta, jeans, un ministro dell'Economia identico al guardiacaccia di Lady Chatterley (ispirato a un baldo bersagliere di Spotorno). Sosteneva una curiosa teoria: era stato eletto dal popolo su un programma basato sul principio che gli altri si facessero carico dei debiti greci, quindi lo pretendeva. Peccato si fosse dimenticato che gli altri popoli, in primis i tedeschi, avevano votato un programma che lo escludeva. Le due posizioni erano incompatibili, uno dei due doveva cedere. Come analista mi permisi di prendere bonariamente in giro Tsipras e Varoufakis, ero certo che avrebbero ceduto, in cambio della solita mancia che non era stata negata agli altri paesi del Sud, Francia compresa (a proposito, quando vedo insieme Hollande e Merkel, il primo lo confondo sempre con il capo del cerimoniale della seconda). Ora, non sono più sicuro della mia ipotesi, mi chiedo: e se Tsipras fosse in realtà un vero leader? Ovviamente sono pronto, se del caso, a riconoscere l'errore e chiedere scusa, a lui e a Varoufakis.

Questo è un momento topico per l'Europa: se gli eurocrati rimangono fermi sul rispetto dei trattati, Tsipras è spacciato, o cede o dichiara il default. Se Tsipras non si spaventa e decide di andare «a vedere», sarà l'Europa con le spalle al muro, deve buttare fuori la Grecia. Mi ha molto colpito Mario Draghi. Ha detto due frasi: «Il destino della Grecia è nelle mani dei greci» e «Se Atene crolla, saremo in acque inesplorate». Tipico linguaggio da superburocrate, tradotte per il popolo, significano rispettivamente: «Greci arrangiatevi» e «io non so che fare».

Perché l'ha fatto? Non era meglio tacere? Se Tsipras resiste dovremo essergli grati, ci farà capire se le leadership europee sono all'altezza o sono un branco di banali burocrati senza nerbo. Capiremo finalmente cosa significa per un Paese membro uscire dall'Europa, se i calcoli dei super economisti di cui disponiamo in abbondanza sono corretti o falsi. Ricordo quando tre anni fa i più prestigiosi di costoro dicevano: «Se usciamo dall'Europa gli immobili perderanno il 30% del loro valore» (ho i ritagli). Siamo rimasti in Europa, stiamo facendo le riforme, però gli immobili hanno perso più del 50% del loro valore. Che tristezza vivere in un mondo dove i buffoni sono establishment.
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articolo pubblicato il: 23/04/2015 ultima modifica: 02/05/2015

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