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teatro
"Crollasse il mondo"

ad Enna, Catania e Roma


7- 8 febbraio 2015 prima nazionale Teatro Garibaldi - Enna

Crollasse il mondo

di Alessandra Mortelliti

Dopo Enna, Crollasse il mondo sarà in scena al Teatro Stabile di Catania/Teatro Musco (10-15 febbraio) e al Teatro Ambra alla Garbatella a Roma (17-22 febbraio).

Regia di Massimiliano Farau Con Alessandra Mortelliti e David Coco Tecnicismi Francesco Traverso Scene Fabiana Di Marco Disegno luci Camilla Piccioni Costumi Ilaria Albanese Produzione Esecutiva Organizzazione Generale Annalisa Gariglio Ufficio Stampa Emanuela Rea Foto di scena Francesco Pergolesi Visual Effects Vittorio Sodano Responsabile amministrativa Anna Damiani Assistente di Produzione Lavinia Mochi Coreografie Mauro Leonardi Runner Luigi Ruggiero Malagnini Sarta di compagnia Nuria Pozas Trasporti Daniele Torracca -Sartoria D’Inzillo produzione 15Lune in coproduzione con Artisti Riuniti

Debutta al Teatro Garibaldi di Enna il nuovo testo di Alessandra Mortelliti, Crollasse il mondo. La giovane drammaturga, dopo il successo di La vertigine del drago diretto e interpretato da Michele Riondino, torna in scena questa volta con David Coco e la regia di Massimiliano Farau. Ancora una volta Alessandra Mortelliti delinea personaggi che faticano a trovare una collocazione nella società, immersi come sono in una poetica e a volte feroce visione della vita. Dopo Enna, Crollasse il mondo sarà in scena al Teatro Stabile di Catania/Teatro Musco (10-15 febbraio) e al Teatro Ambra alla Garbatella a Roma (17-22 febbraio).

Sinossi Luisa e Reginaldo: due mondi distanti e separati, due meteore che per caso gravitano attorno alla stessa orbita e, inevitabilmente, si scontrano. Lui è claudicante, silenzioso, ha lo sguardo perennemente attonito; lei è logorroica, esuberante, sempre sopra le righe. Si incontrano per caso in occasione di un concorso per sosia di cantanti famosi: due personaggi borderline, ai margini della società, raccontati attraverso una chiave comica - a tratti grottesca - eppure mai priva di compassione. Luisa irrompe nella stanza di Reginaldo - in un fatiscente motel dove i due alloggiano per la notte – in cerca di rifugio e protezione. In questa convivenza coatta il tempo si trasforma in una bolla sospesa in cui l’uomo e la donna instaurano un’amicizia involontaria, nell’attesa che qualcosa accada là fuori. Un passato scomodo viene pian piano alla luce nei dialoghi serrati, tracciando la storia di due vite che, per azione del caso, si saldano in un destino comune. Una storia di solitudini con un imprevisto riscatto finale, al limite dell’onirico.

Note di regia Quando si apre il copione di Crollasse il mondo c’è un dato oggettivo che non può mancare di colpire l’osservatore: le didascalie superano sensibilmente, in estensione, il testo dialogato. Nella mia esperienza di regista solo con L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett mi sono trovato di fronte a una situazione simile. E infatti, in questi giorni di prova, mi trovo a procedere in modo assolutamente identico a quello in cui ho lavorato su Beckett: rispettare con totale fiducia e scrupolo assoluto l’esattissima partitura di gesti, silenzi, pause, sguardi, parole che l’autore ha con tanta chirurgica precisione messo su pagina. Che cosa accade così facendo ( a condizione, va da sé, che ci siano attori di grande talento pronti a travasare generosamente la propria umanità in quella struttura – e fortuna vuole che in questo caso uno coincida con l’autrice)? Detto in termini un po’ tecnici ci si rende conto che l’evento drammatico non risulta generato esclusivamente o principalmente dall’azione verbale, ma dall’esatto succedersi e combinarsi di parole, gesti, condizioni di luce, rumori, suoni, immagini e che tutto ciò sprigiona prepotentemente “senso”. Detto in termini più concreti - e probabilmente più efficaci - si scopre semplicemente che un intero mondo prende vita. E che alterare un solo elemento significherebbe raccontare un’altra storia. Ma che mondo prende vita e che storia si racconta in Crollasse il mondo? Prende vita un mondo periferico, notturno, da fiaba dark metropolitana, un universo urbano desolato, lancinato da luci al neon e da suoni laceranti; un mondo in cui si possono riconoscere infiniti riferimenti filmici, letterari, pittorici: da Edward Hopper al “photorealism” americano, dal “noir” al melò, da Lynch a Shepard, ma senza che mai - dico mai – il piacere della citazione prevalga sulla forza assolutamente primaria, viscerale e diretta del racconto. E la storia che si racconta è quella di una amicizia impossibile fra due personaggi estremi, portatori di abissi di dolore e perdita, disperatamente alla ricerca di un’identità e di un “ubi consistam”, dilacerati fra slanci vitalistici e pulsioni suicide, eppure raccontati con dolcezza, ironia, compassione. E’ la storia di una trasfusione di vita che una donna inconsapevolmente salvifica pratica, forse senza accorgersene, ad un uomo consumato dal senso di colpa e dal dolore; con un finale che ci dà sollievo e ci commuove. Perché questo fa il teatro di Alessandra: fa ridere, commuove e inquieta. Spesso nel medesimo istante.
Massimiliano Farau

articolo pubblicato il: 07/02/2015

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