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libri
Quattro passi nell'Italia minore

di Aldo Perrone

di Michele De Luca

Turismo culturale nella provincia italiana, grandi incontri, memoria personale, il valore della “testimonianza”; un viaggio, quasi sempre occasionato da eventi artistici e culturali, sospinto da una forte curiosità umana e intellettuale; un viaggio, quello che leggiamo nell’agile e piacevole libro Quattro passi nell’Italia minore. Anzi maggiore di Aldo Perrone, pubblicato da Print Me Editore di Taranto (info@printmeeditore.it), tanto sobrio nella sua veste esteriore, quanto denso di succosi avvenimenti, di ricordi, di momenti di forte impegno, che è un riandare dell’autore alla ricerca di un mondo, più o meno lontano, attraverso il recupero di testi pubblicati per la maggior parte sulla terza pagina del “Corriere del giorno”, il principale quotidiano di Taranto, fondato nel 1947 da Egidio Stagno, ma anche su altri quotidiani e riviste, il cui amalgama, come lo stesso autore avverte, “è apparso d’un subito di buon sapore e di interessante proposta per chi ama la nostra Italia”.

Il taglio sempre garbato e avvolgente di questi interventi, ci evoca un genere giornalistico-letterario di cui si è persa ormai la memoria, confinato com’è adesso nei giornali lo spazio culturale nelle pagine centrali se non ultime, prima degli spettacoli e dello sport, mentre negli anni addietro gli veniva riservata una vetrina d’onore nella “terza pagina”, che apparve per la prima volta sul quotidiano romano “Il giornale d’Italia” di Alberto Bergamini il 10 dicembre del 1901; un genere elegante, raffinato, di alta cultura che il giornale affidava a scrittori, studiosi di letteratura, di arte o di storia, filosofi, e che si chiamava “elzeviro”, che appariva sul lato sinistro e cioè di apertura della pagina, e che solitamente era un pezzo di critica letteraria o teatrale, oppure una riflessione erudita su un tema di attualità o di costume.

Gli articoli di Perrone (nato a San Giorgio Jonico, Taranto, nel 1941) ricompongono, con ricchezza di aneddoti, e sempre con un tocco di partecipazione personale ed emotiva che sottrae il racconto all’asettico distacco di una cronaca puramente giornalistica, inserendo la propria presenza in primo piano (come nel caso di un nostalgico incontro con Pizzinato a Venezia) o anche defilata, ma sempre, attenta, curiosa, partecipe, un mosaico costruito con tessere di provenienza disparata, con spezzoni di memoria tra loro lontani nel tempo e nello spazio, ma che ci consegnano un universo (“minore”, anzi – provocatoriamente, ma non troppo – “maggiore”) della vitalità culturale del nostro Bel Paese, che Perrone ama raccogliere in aree più discrete e appartate dello Stivale; una vitalità, che da secoli, è stata espressa dalla “provincia italiana”, magari sommessamente, lontano dallo strombazzare mediatico che accompagna e supporta tante iniziative – anche discutibilissime, se non mediocri, innocue, e addirittura inutili – realizzate dai centri e nei circuiti più noti e celebrati della produzione culturale nazionale e internazionale.

C’è un’Italia “minore”, in questo itinerario raccontato da Perrone, ricca di fermenti, di impegno culturale e civile, di memoria storica, in cui il lettore di oggi può stupirsi di incontrare, in occasione di mostre, conferenze, premi di letteratura e di arte, personaggi come Umberto Eco (agli incontri estivi di Monte Cerignone, paesino di nemmeno settecento anime della bellissima provincia di Pesaro-Urbino) di cui Perrone ricorda da una conversazione avuta con lui un inaspettato elogio della provincia: “Un uomo di cultura è come un uomo politico, la notorietà va bene nei grandi centri, ma la diffusione delle idee va fatta andando proprio in provincia”; tra l’altro, in questo ridente centro del Montefeltro il grande semiologo ha comprato un ex convento che usa come sua abitazione. E poi con personaggi come Gillo Dorfles, Ungaretti, Savinio, Calvesi, Carlo Bo, Bonaventura Tecchi, Sereni, Caproni, Pasolini e tanti altri.

Un girovagare, insomma da Gubbio a Vicenza, da Potenza a Matera, di cui racconta lo stupore sempre nuovo nel visitare le grandi mostre di scultura nelle Chiese Rupestri inventate e realizzate per trent’anni da Giuseppe Appella; da Tursi, il paese del poeta Albino Pierro al sontuoso Pollino, da Vignano, frazione di Siena, sulle orme di Cesare Brandi, all’Elba e all’ormai tristemente famosa Isola del Giglio, ove nacque l’amico Raffaello Brignetti, che – ricorda – fu scoperto come scrittore dal “Premio Taranto” nel 1949 – al quale poi ha dedicato nel 2008 una bella monografia edita da Manni di S. Cesario di Lecce. Ma prima di tutto, nel libro di Perrone, c’è la sua Taranto, a cui dedica due affascinanti articoli, “Il sogno di riavere l’Isola di San Paolo, un “mitico scoglio” a cui è legato il ricordo (nientedimeno) di Pierre Choderlos de Laclos, che morì a Taranto nel 1803 e fu sepolto proprio nell’Isola, e “Che cosa non vedono per colpa del ‘Muro’ i tarantini”, cioè di quello che familiarmente chiamano il “Muraglione” che protegge l’Arsenale Militare e che nasconde “i suoi segreti dalla vista e dall’accesso di chi sta dall’altra parte”.

Esiliate nelle note, infine, troviamo due importanti testimonianze sulla storia del “Premio Taranto” e del “Gruppo di Taranto” (storia che meriterebbe un’ampia e articolata ricostruzione), due iniziative – di provincia, ma assolutamente non “provinciali” – che, a partire dall’immediato dopoguerra, propugnate tra gli altri dallo stesso Perrone anche sulle pagine dello storico foglio “Voce del popolo” fondato da Antonio Rizzo, animarono il dibattito culturale e politico della “città dei due mari”, proiettandolo e “imponendolo”, con serietà e grande spirito d’apertura, all’attenzione dell’intero paese.

articolo pubblicato il: 19/12/2014

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