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tre ipotesi
di Riccardo Ruggeri

da ITALIA OGGI

Da tempo sostengo che il Patto del Nazareno, nella sua essenza, non è un accordo politico, ma una semplice scrittura privata, pur avendo ovvie implicazioni politiche. Berlusconi, giunto alla soglia degli 80 anni, dopo averne dedicati 20 anni alla politica, ha sentito il bisogno di fare testamento. Le sue aziende, le sue magioni principesche, il suo patrimonio, andranno, come ovvio, ai cinque figli, ma che fare della sua creatura politica, Forza Italia? Per lungo tempo aveva sognato di fare dell'amata figlia Marina (la più simile a lui, e di lui perdutamente innamorata) il successore, ma proprio lui, genio della comunicazione, sapeva che a Marina mancavano i «fondamentali» per essere, se non un oratore di successo, almeno un buon comunicatore.

La scelta non poteva allora che cadere su Renzi, certo non veniva dal vivaio di Forza Italia, anzi dagli orti fiorentini degli odiati «comunisti», ma nell'ottica di Berlusconi era il Van Basten del periodo d'oro del «suo» Milan. Oltretutto, Renzi aveva l'età dei suoi figli, sapeva della sua intenzione di rottamare i «vecchi» del Pci tanto odiati, aveva la determinazione che trovi solo nell'ambito dei veri uomini dello spettacolo, luoghi ove la carriera viene prima di tutto, ove se cadi sai che verrai calpestato, direttamente sul palco, e ti attrezzi di conseguenza.

La politica, nei periodi di crisi come questo, si è ridotta a spettacolo, inteso come celebrazione, sacra e profana, nella quale si amplificano o si mimetizzano i buoni dai cattivi, il vecchio dal nuovo, l'amore dall'odio, la realtà dalla finzione. Berlusconi vent'anni fa aveva cambiato la rappresentazione della politica, facendone un format televisivo, Renzi l'ha portato oltre, ne ha fatto una celebrazione a sfondo parareligioso, ove convivono battesimo, matrimonio, funerale, e tutti e tre li gestisce con sapienza cardinalizia.

Nei suoi passaggi più importanti, l'atmosfera comunicazionale che Renzi riesce a creare mi ha fatto venire alla mente il matrimonio di Connie, la figlia prediletta del Padrino, con cui si apre il film. Nella cerimonia c'è tutto, la tradizione siciliana e il folclore americano, il chiasso mediterraneo, la sfarfallio di luci, la volgarità della borghesia americana, la magia, e tante parole, vuote e inutili. A queste luci si contrappongono le scene buie nello studio del Padrino, immerse in un'atmosfera di ombre e di silenzi sofferti, come si conviene al passaggio dello scettro dal vecchio Vito al giovane Mike, mentre fuori la vita continua, gioiosa e crudele. Insomma, un Nazareno ante litteram.

Via via che ci avvicineremo alla nomina del nuovo Presidente della Repubblica, Padre e Figlio avranno sempre più problemi per tenere unite le rispettive truppe, al contempo non dovranno farsi troppo condizionare dai loro (osceni) «cerchi magici». La celebrazione diventerà cerimonia, rappresenterà il topos, la sacralità del potere del nuovo leader, per la cui sopravvivenza, ovviamente in termini metaforici, si corrompe, si tradisce, si elimina. Un mondo speculare: da una parte i famigli, gli amici veri, gli alleati fedeli, dall'altro i nemici, gli avversari, i traditori (veri o presunti).

Tre le opzioni di scuola che Padre e Figlio hanno ora davanti.

Primo, i «due» alla quarta votazione riescono a nominarsi un Presidente a loro immagine e somiglianza, una figura politica di stampo notarile, scialba, ossequiosa. Oppure, una celebrità ormai «finita» che cerca un pensionato di lusso, uomo o donna di pura rappresentanza (Una archistar? Un direttore d'orchestra? Un intellettuale?). Chiunque andrà bene, purché poi stia chiuso nel Palazzo, meglio se nel «Torrino», sopra la Loggia d'Onore, dove si gode di una splendida vista di Roma, e si può pure vedere il curioso orologio del 1600, col quadrante diviso in sei ore.

Secondo, Renzi riesce a mantenere la fedeltà dei suoi, e con l'aiuto di un certo numero di «scilipotini stellati» riesce a nominare un Presidente qualunque, che sia disposto a sciogliere il Parlamento che lo ha appena eletto.

Terzo, i peones del Parlamento, in particolare le robuste (?) minoranze del Pd e del vecchio Pdl , in un momento di rara esaltazione etico-morale, riescono a ragionare e costruiscono sul campo una maggioranza che raccolga tutte le opposizioni, e nominano un Presidente di alto profilo, non prono ai voleri dei «due».

La situazione politica è slabbrata, sale l'odore dolciastro del bonapartismo d'accatto, per noi italiani perbene, diventa imprescindibile avere un Presidente di alto profilo, di garanzia come si dice, ma non per loro, ma per noi cittadini, quindi di certo non gradito al «Trio Lescano» (Renzi-Berlusconi-Grillo). L'auspicio è che lo si trovi. Il nome c'è, però oggi meglio non farlo. Come ovvio io non valgo neppure uno, ma per quanto mi riguarda, il nome lo farò, appena si avrà la certezza della data delle dimissioni di Napolitano.
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articolo pubblicato il: 08/12/2014 ultima modifica: 19/12/2014

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