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Un vilupetto di taffettà crimisino

di Lucio Ricetti, presentato da Norberto Gonzalez Gaitano nella Sala Consiliare del Comune di Orvieto


Lucio Ricetti
Un vilupetto di taffettà crimisino.
Storia di una festa dal Corporale al Corpus Domini

Presentato da Norberto Gonzalez Gaitano della Pontificia Università della Santa Croce nella Sala Consiliare del Comune di Orvieto.

Dal punto di vista della comunicazione, l’opera riesce straordinariamente bene nel raccontare come e con quali mezzi è stato ‘comunicato’ il miracolo nel corso dei secoli. Questa è una chiave di lettura di Un vilupetto di taffettà crimisino. Storia di una festa dal Corporale al Corpus Domini.

Una rete di immagini
(…) Nella maggior parte dei casi, e la Cappella del Corporale non fa eccezione, le immagini sovrappongono testi diversi; non si ha e non si può avere un rapporto ≪di corrispondenza e di rispecchiamento, ma piuttosto di diffrazione, di combinazione, di moltiplicazione≫, quello fra testi e immagini e ≪in un certo senso un rapporto a spirale≫. Le immagini spesso intrecciano, confondono, associano, quello che i testi distinguono; nella cappella del Corporale l’effetto era mediato dalle didascalie e dai testi esplicativi, in una sorta di muta praedicatio che avrebbe guidato, preparato, istruito, il fedele attraverso il ciclo di affreschi e le formelle smaltate del reliquiario, al confronto col mistero e con la rivelazione del mistero stesso, con cui si sarebbe trovato faccia a faccia, perché ≪solo una vista ben orientata può creare un ponte fra esteriorità e interiorità, fra corpo e anima, tra senso e intelletto≫.

Come non tener presente, nel leggere queste parole, che le immagini nel Medioevo erano la Bibbia dei poveri? E che, poi, non siamo tanto cambiati nonostante la stampa. Non è il caso ora di distrarvi con delle riflessioni sulle “tecnologie” della comunicazione e sulle loro conseguenze sulle persone e sulla cultura, le quali sono innegabili e ambivalenti. Ogni nuovo medium di comunicazione introduce un guadagno culturale e contemporaneamente porta una perdita, come dimostrò McLuhan. E’ chiaro che la stampa estese la lettura a tutti gli strati sociali e permise l’insegnamento universale obbligatorio; a sua volta, offuscò tutta una cultura orale con la sua enorme ricchezza. Riguardo però alla potenza delle immagini nel modellare una cultura non siamo tanti cambiati invece.

Ora, qual è la sostanza del racconto che poi si snoda lungo i secoli in una “rete di immagini” –per usare la metafora di Ricetti- che si sovrappongono, e dove i protagonisti che ne tramandano il nocciolo della storia hanno un ruolo secondario seppure imprescindibile? (A questo riguardo il vescovo Tramo Monaldeschi è stato un protagonista di eccezione, ma pure lui è passato, lasciando certo un sedimento –e quale sedimento!- eppure il suo nome resta nella nebbia della storia).

La sostanza della storia altro non è che il miracolo e la realtà della Eucarestia, cui il miracolo rende testimonianza. Cambiano le sceneggiature, rimane il soggetto della storia, direi con una metafora dell’arte cinematografica, visto che parliamo di immagini. Alla base però c’è un fatto storico. Non siamo in presenza di un gioco di scatole vuote che oggi decostruiamo, ma di un “sacramento”, segno visibile di una realtà invisibile, che merita di essere raccontata un’altra volta ancora.

E quindi, da questo punto di vista, l’opera di Ricetti è un grande servizio alla fede degli eruditi, per chi ce l’abbia, e alla interrogazione degli eruditi interessati ai sedimenti storico-artistici che la fede non ce l’abbiano.

articolo pubblicato il: 22/11/2014

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