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editoriale
Berlinguer e il Professore
di Teddy Martinazzi

Matteo Renzi ha detto che quando D’Alema parla, lui guadagna un punto di percentuale di consenso e che, se non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Allo stesso modo si potrebbe dire che quando si fa sentire Luigi Berlinguer, Presidente dei comitati presso il MIUR per la diffusione della musica e della cultura scientifica e tecnologica nelle scuole superiori e presidente per l’apprendimento pratico della musica (forse sono la stessa cosa, magari cambia la sala riunioni), decine di migliaia di insegnanti italiani fanno un salto sulla sedia.

Luigi Berliguer fu Ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università e della Ricerca scientifica. Il Ministero di viale Trastevere è stato e forse lo sarà anche in futuro come un treno merci in manovra; unificato e diviso a seconda che prevalessero i cattolici unificatori o gli incappucciati universitari che si sentono a disagio nella stessa barca dei comuni insegnanti. Da Ministro dell’Università propose di dividere La Sapienza in tredici Università, sul modello di quanto era avvenuto alla Sorbona, ma dovette andarsene subito perché pensava di poter decidere, non rendendosi conto che chi comanda alla Sapienza è da sempre molto più potente del Ministro e non ama perdere posizioni. Da Ministro della P.I. resistette di più, ma fu costretto ad andarsene anche da lì in seguito alla rivolta dei docenti quando voleva indire un concorsone per valutare le conoscenze degli insegnanti, senza essersi reso conto di tre cose fondamentali: la prima è che voleva incentrare il concorsone sulle conoscenze scientifiche, con il rischio che un vecchio professore di lettere potesse cadere su una poesia di Dino Campana, mentre un concorso veramente serio si sarebbe dovuto basare sulle capacità didattiche e magari anche sulle condizioni psicologiche dei docenti; la seconda è che non si poteva immaginare dove trovare centinaia di migliaia di commissari per esaminare centinaia di migliaia di candidati; l’ultima, ma non per importanza, è che dai lontani anni Settanta del secolo scorso gli insegnanti sono in linea di massima allergici ad ogni forma di valutazione che non sia autovalutazione, anche perché non si fidano di colleghi e dirigenti.

Da quando, presso il MIUR, Berlinguer è presidente del Comitato per la diffusione della musica e della cultura scientifica e tecnologica nelle scuole superiori o invece del Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica, o di tutti e due, o forse sono la stessa cosa, si dà un gran daffare come se non appartenesse alla classe 1932, mentre i rottamati da Renzi sono degli anni Cinquanta a al massimo del 1949 di D’Alema. La battaglia di Berlinguer, che ha trovato orecchie attente in viale Trastevere, è quella di ottenere l’inserimento della Musica come materia fondante al pari dell’Italiano a partire dalla scuola primaria, ma in prospettiva anche in quella dell’infanzia. Per quanto riguarda la primaria, quella che un tempo si chiamava elementare, la battaglia non avrebbe ragione d’essere perché dal 2012 l’inserimento è già previsto, anche se non attuato per mancanza di docenti ed è qui che Berlinguer si dà da fare, con il risultato pratico che si parli ancora di lui; vorrebbe convenzioni con Conservatori, orchestre, musicisti per poter inserire la musica nelle scuole al più presto.

Ma qui, nonostante le grandi dichiarazioni di principio, bisogna stare molto attenti. Da sempre nella scuola esiste la contraddizione tra il precariato in tante classi di concorso e la mancanza di docenti in altre e da sempre i Ministri si sono dati da fare per risolvere al peggio i problemi. Lasciamo perdere le leggi che da decenni sono periodicamente approvate ogni volta con l’intento di “risolvere una volta per tutte” il problema del precariato, ma è quando servono i docenti che si arriva alle soluzioni più fantasiose. Quando fu unificata la Scuola Media fu data la possibilità ai laureati in Giurisprudenza, che già usufruivano della possibilità di abilitarsi in Filosofia, di passare di ruolo come docenti di Francese nelle Medie, pur avendo fatto ai loro tempi due soli anni di Francese alle Medie e due al Ginnasio, così da prendere due piccioni con una fava, trovare professori di Francese e dare lavoro ad avvocati senza cause. Per non parlare dell’Educazione fisica, per anni valvola di sfogo per universitari falliti ed ufficiali di complemento congedati. Nei primi anni Settanta il Ministro, di cui è bene non ricordare nemmeno il nome, con una disposizione aprì le porte dell’insegnamento a tutti coloro che avessero preso otto in Educazione fisica all’esame di maturità, poi mitigata con la frequenza di un corso di formazione; tutto questo facendo scavalcare nelle graduatorie tanti ragazzi che stavano frequentando i tre anni di ISEF, compresi quelli che avevano vinto i pochi posti a concorso della cosiddetta Farnesina, l’Accademia del Foro Italico. Fu lo stesso Ministro di cui è bene non ricordare il nome che aprì l’insegnamento della Filosofia ai laureati in Scienze politiche, che nemmeno il corso di Filosofia del Diritto degli avvocati avevano frequentato e poi, ciliegina sulla torta, fece un circolare che permetteva allegramente di parlare di qualsiasi argomento, senza badar troppo al testo del Lamanna, allora monopolista.

Tornando alla Musica, troppa gente alla Media insegna con la laurea in Lettere e non ha la più pallida idea di come insegnare a suonare il flauto dolce, strumento non particolarmente irto di difficoltà. Prima di generalizzare l’insegnamento, come auspica Berlinguer, sarebbe bene accertarsi che vi siano abbastanza professori preparati. A meno che altri teatri non seguano l’esempio di Roma e si rendano disponibili migliaia di orchestrali e coristi licenziati.

articolo pubblicato il: 07/10/2014 ultima modifica: 19/10/2014

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