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editoriale
il destino al caminetto
di Teddy Martinazzi

La dichiarazione di Guy Abeille sul fatto che la regola del tre per cento di deficit sul PIL scaturì in meno di un’ora, senza studi preliminari, ai tempi di Mitterrand e che sia stata in seguito acquisita pedissequamente degli euroburocrati senza studi approfonditi, è scivolata via senza echi particolari, dopo la sua pubblicazione su ”L’Huffington Post”. Non poteva essere diversamente, in quanto la cosa era risaputa da tempo, e non solo fra gli addetti ai lavori, come sono risapute tante altre cosette che riguardano il rapporto tra la Germania ed il resto d’Europa.

Vladimiro Giacché ha messo in evidenza come l’euro per la Germania sia stato un grande affare e come invece circolino delle autentiche balle tendenti a dimostrare il contrario. La balla più grossa è che l’euro ha privato la Germania del marco e la convivenza con valute più deboli è stata un handicap. Secondo Frank Mattern, capo di McKinsey in Germania, è vero il contrario: “La Germania con l’euro ha guadagnato moltissimo”. Secondo Giacché negli ultimi dieci anni un terzo della crescita dell’economia tedesca è dovuto all’euro ed i motivi sarebbero la fine dei costi di transazione e di assicurazione contro il rischio di cambio e la crescita delle esportazioni tedesche proprio per il fatto che l’euro è una valuta più debole di quanto sarebbe stato il marco (il contrario vale per la lira). L’Eurostat afferma che il saldo della bilancia dei pagamenti della Germania – in rosso al momento dell’introduzione dell’euro – è cresciuto nel decennio del 41 per cento, sino a 1. 021 miliardi di euro. Piccola osservazione; l’export tedesco è così potente che milioni di italiani sono costretti ad adattare le spine degli elettrodomestici, anche quelli più piccoli, alle prese sul muro, perché le prime sono alla tedesca e le seconde, quasi sempre, all’italiana.

Un’altra balla a cui troppi fingono di credere è che la Germania abbia i conti in ordine. Quando La Germania sforava ripetutamente il tetto del tre per cento nel rapporto deficit/Pil, prima della crisi, dal 2003 al 2005 la Commissione europea decise di non agire su pressione della Germania e della Francia, che aveva problemi simili. Dopo lo scoppio della crisi la Germania ha speso novantatré miliardi di euro per salvare le sue banche. Anche lo scorso anno il deficit è stato del 3,3 per cento, mentre il rapporto debito/Pil è salito all’ ottantatré per cento, quando il tetto di Maastricht è il sessanta per cento.

Si potrebbe ancora parlare di altre cosucce di cui si dice in giro, come la leggenda che la Germania abbia pratiche fiscali trasparenti o che stia pagando anch’essa la crisi, ma la verità probabilmente non è di casa a Bruxelles. Quello che invece è interessante è come cose fortuite, come una richiesta fatta da Mitterrand ai suoi collaboratori nel secolo scorso per contingenze meramente francesi possa oggi stabilire il destino di decine di milioni di famiglie in tutta Europa.

Stando ad un aneddoto raccontato una volta da Gianni De Michelis, i capi di Governo ed i Ministri degli Esteri europei erano seduti davanti ad un caminetto, in prima fila Mitterrand, Andreotti e gli altri governanti, dietro tutti gli altri. Mitterrand era fortemente contrario all’unificazione della Germania, Andreotti, non molto tempo prima, forse ospite di una Festa dell’Unità, aveva fatto infuriare l’ambasciatore tedesco dicendo che “Le Germanie devono rimanere due”. Fatto sta che De Michelis, stando a quanto raccontò, si chino in avanti verso un orecchio di Andreotti consigliandogli di parlare in favore dell’unificazione della Germania per ottenere l’imperitura riconoscenza dei tedeschi. Vediamo ogni giorno quanto dalle parti di Berlino siano riconoscenti. Anche in questo caso un’idea germinata all’improvviso, dopo una lauta cena di lavoro, ha segnato il destino di milioni di persone.

articolo pubblicato il: 08/07/2014 ultima modifica: 20/07/2014

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