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arte e mostre
magia di List

il fotografo tedesco in una grande retrospettiva a Reggio Emilia

di Michele De Luca

All’età di settant’anni, ripensando alla sua carriera, il grande fotografo e collezionista d’arte tedesco Herbert List (Amburgo 1903 – Monaco 1975), disse che aveva mirato “non sempre con successo, a ritrarre oggetti il cui significato sotteso si rivelasse in se stesso”. I tentativi più efficaci furono quelli in cui riuscì ad afferrare la magia del momento in modo quasi casuale e fortunato; la capacità di catturare il momento en passant, cogliendone il significato più evanescente nel tempo di un magico istante, caratterizza le sue immagini migliori. Immagini che irradiano un’aura che né la logica né l’estetica possono spiegare. Un retroterra culturale alimentato dalle visioni di Montaigne e di Goethe è alla base del sui “viaggio in Italia” e nel Mediterraneo vissuto come grande esperienza ideale, che fece del nostro paese e degli altri che si affacciano sul Mare Nostrum la sua seconda patria e si tradusse in una sorta di “Diario” per immagini in cui oltre a farci ripercorrere circa un trentennio di vita vissuta e “guardata” in quest’area geografica, immensamente ricca di antiche civiltà e di ineguagliate bellezze (sia di luoghi che di persone), facendoci anche assistere ad un’evoluzione del modo di porsi di fronte ad essa da parte del fotografo, il quale soleva riconoscere che “l’obiettivo non è dotato di obiettività”; la sua, infatti, non è mai (ammesso che sia possibile) una trascrizione della realtà, ma è stata e ha inteso sempre essere una “interpretazione”, una lettura personale caratterizzata da una visione interiore, fatta di storia e di immaginazione, di “cronaca” e di realtà mitizzata. Tanto negli anni Trenta, quando il suo sguardo sembra attratto soprattutto dalle forme “classiche”, quanto negli anni successivi, allorché è il pulsare della vita quotidiana e l’impatto, lungo il suo incedere, con grandi personalità della cultura, dell’arte e del mondo della celluloide, a coinvolgere sempre più la sua macchina fotografica.

Con il titolo “The magical in passing” (dove passing suggerisce, nella traduzione dall’inglese all’italiano, tutta la sua carica di espressione ambigua e ricca di sfumature, da casuale a effimero, da morte a passaggio, da sorpasso a trapasso…) una bella mostra curata da Dario Cimorelli e Alessandra Olivari in collaborazione con Peer-Olaf Richter, presenta per la prima volta a Reggio Emilia, negli spazi dei Chiostri di San Domenico, cento opere di Herbert List, nata dalla fertile collaborazione tra la Magnum Photos, Silvana Editoriale ( a cui si deve la pubblicazione di un impeccabile catalogo) e la rassegna Fotografia Europea 2014. Questa selezione getta nuova luce sull’opera del fotografo tedesco e sul perché sia così difficile classificarne il lavoro. Il fotografo amburghese, infatti, si è confrontato con quasi ogni genere fotografico: architettura, still-life, street photography, ritratto, documentazione e catalogazione, sfumandone i confini e togliendo significato al concetto stesso di “genere”: le sue fotografie di architettura sembrano still-life artificiali o composizioni surreali, la documentazione di sculture greche o manufatti africani sconfina nella ritrattistica. Con questa mostra si invita il visitatore a scoprire lo sfaccettato e molteplice lavoro di List, anche attraverso i ritratti di celebri artisti del ventesimo secolo (da Cocteau a Marino Marini, da Giorgio Morandi alla Magnani, da Melina Mercuri a Picasso, da Benederro Croce a Marlene Dietrich, da Braque a Stravinskij, da De Sica – con il quale ebbe una intensa collaborazione - a Pasolini, da Mirò a de Chirico).

Nelle sue fotografie i motivi sembrano ridotti ad elementi semplici ed arcaici; la caratteristica di List di porre gli oggetti in luce ha influenzato fortemente la fotografia moderna. Più che raggiungere la perfezione tecnica, a List premeva “cogliere nell’immagine la magia dell’apparizione” e la “forza visionaria”; egli sosteneva che “l’oggetto non è oggettivo. Sarebbe altrimenti inutilizzabile come mezzo artistico”.

Nato in una ricca famiglia di commercianti, List inizia la sua carriera studiando letteratura e storia dell’arte e realizzando fotografie senza alcuna pretesa artistica. Nel 1930, grazie all’incontro con Andreas Feininger, fotografo del movimento Bauhaus, scopre la Rolleiflex. Sotto l’influenza degli artisti del movimento Bauhaus e del Surrealismo, List sviluppa presto un suo personale linguaggio visivo affine al Realismo Magico. Nel 1936, costretto ad abbandonare la Germania nazista, deve rapidamente trasformare il suo hobby in professione. Lavorando in seguito a Parigi e a Londra per “Harper’s Bazar”, rimane insoddisfatto delle sfide della fotografia di moda. List, quindi, si concentra sul suo progetto Fotografia Metafisica realizzando nature morte simili ai dipinti di Max Ernst e Giorgio de Chirico. Meno di un anno dopo la Grecia e l’Italia diventano il principale interesse di List e Atene la sua residenza temporanea, dove spera di sfuggire alla guerra. Immortalando gli antichi templi, le sculture e i paesaggi crea un diario fotografico della vita del Mediterraneo, che include le sue famose immagini di giovani uomini. Con gli occhi di un poeta, List fotografa anche i grandi artisti del suo tempo, da Picasso a Morandi, dalla Magnani alla Dietrich. Dopo la guerra Herbert List incontra Robert Capa e decide di entrare a far parte dell’agenzia fotografica Magnum. Qui scopre la fotocamera 35mm e il suo lavoro diventa più spontaneo e viene influenzato dal suo collega della Magnum, Henri Cartier-Bresson, e dal Neo-Realismo Italiano. Dopo il 1965 perde interesse per la fotografia, ma ancor oggi le sue immagini si possono trovare nelle maggiori collezioni fotografiche del mondo.

Quella di List è una fotografia “colta”, immersa nella storia del suo tempo, ma che si alimenta e vive all’interno della storia dell’arte e della cultura classica, ma attenta, con grande curiosità e forte perspicacia, al dialogo con i maggiori e più stimolanti e innovativi fermenti e movimenti culturali europei della sua epoca. Dalla metà degli anni ’60 perse interesse per la fotografia, pur continuando a viaggiare in Italia, in Francia e in Messico. In vita –ricorda in un suo contributo in catalogo Boris Von Brauchitsch – il fotografo “si era sempre opposto all’idea di una mostra retrospettiva, perché la fotografia era per lui un capitolo chiuso. Ai posteri il compito di riscoprirlo”.

articolo pubblicato il: 05/06/2014

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